Alatri, 1228
La testimonianza più autorevole e storicamente accreditata di questo insigne Miracolo si trova nella Bolla pontificia Fraternitas tuae, redatta da Papa Gregorio IX il 13 marzo 1228 in risposta alla relazione inviatagli dal Vescovo di Alatri, Giovanni V. Il solenne testo pontificio recita così:
Cattedrale di San Paolo ad Alatri
Gregorio Vescovo, Servo dei servi di Dio, al Venerabile Fratello Vescovo di Alatri, salute e Apostolica benedizione. Abbiamo ricevuto la tua lettera, fratello carissimo, nella quale ci informavi di come una certa giovane donna, istigata dal pessimo consiglio di una malefica megera, dopo aver ricevuto dalle mani del sacerdote il sacro Corpo di Cristo, lo abbia trattenuto in bocca fino al momento in cui, trovata un'occasione propizia, lo poté celare in un panno di lino; nel quale, trascorsi tre giorni, rinvenne lo stesso Corpo di Cristo che aveva ricevuto sotto le specie del pane, ma stavolta visibilmente trasformato in Carne viva, come tuttora si può constatare con i propri occhi. Poiché sia l'una che l'altra donna ti hanno confessato con umiltà l'accaduto, domandi il nostro giudizio circa la penitenza da infliggere alle colpevoli.
In primo luogo dobbiamo rendere grazie con tutte le nostre forze a Colui che, pur operando ogni cosa in modo mirabile, tuttavia in talune circostanze rinnova i prodigi e suscita nuovi miracoli affinché, rinvigorendo la fede nella verità della Chiesa Cattolica, sostenendo la speranza, riaccendendo la carità e richiamando i peccatori, converta i cuori increduli e confonda la malvagità degli eretici. Pertanto, fratello carissimo, con la presente lettera apostolica disponiamo che tu infligga un castigo più mite alla fanciulla, ritenendo che ella abbia commesso tale delitto più per debolezza e ingenuità che per calcolata malizia, tanto più che dobbiamo credere che si sia sinceramente pentita nel confessare il peccato.
Quanto all'istigatrice, la quale con la sua perversione ha spinto alla consumazione del sacrilegio, dopo averle applicato le dovute misure disciplinari che affidiamo al tuo prudente discernimento, imponile che, recandosi in pellegrinaggio presso i Vescovi più vicini, confessi umilmente la propria colpa implorando, con devota sottomissione, il perdono».
Il Sommo Pontefice interpretò il prodigioso evento come un celeste segno divino contro il dilagare delle eresie catare che negavano la reale presenza di Cristo nell'Eucaristia, concedendo la riconciliazione alle due penitenti. Nel 1978 è stato celebrato solennemente il 750° anniversario del Prodigio: in tale occasione fu coniata una medaglia commemorativa recante sul fronte l'effigie di Papa Gregorio IX con la Bolla pontificia, e sul rovescio la facciata della Cattedrale di San Paolo con l'Ostia Incarnata.
Asti, 1535
Il 25 luglio 1535, mentre il pio sacerdote don Domenico Occelli celebrava la Santa Messa delle sette del mattino all'altare maggiore della collegiata di San Secondo ad Asti, al momento della frazione dell'Ostia scorse con immenso stupore che lungo la linea di frattura sgorgava Sangue vivo. Tre gocce caddero visibilmente nel calice e una quarta goccia rimase sospesa all'estremità della Particola. Inizialmente don Domenico proseguì la liturgia; ma quando staccò la porzione di particola destinata all'immissione nel calice, vide stillare ulteriore Sangue vivo.
Collegiata di San Secondo, Asti
Sbigottito, si volse verso i fedeli invitandoli ad accostarsi all'altare per contemplare il Prodigio. Quando il sacerdote prese la Particola per consumarla nella santa Comunione, essa riprese all'istante il suo naturale candore sacramentale.
Questo fu lo svolgimento storico dei fatti attestato nella relazione ufficiale trasmessa al Vescovo di Asti, monsignor Scipione Roero, e alla Santa Sede, riprodotta nel Breve Apostolico del 6 novembre 1535 con il quale Papa Paolo III concesse l'indulgenza plenaria a quanti «nel giorno anniversario del Miracolo visitassero la chiesa del Santo recitando tre Pater e Ave secondo le intenzioni del Pontefice». Secondo un'antica epigrafe marmorea, persino alcuni soldati mercenari luterani si convertirono alla fede cattolica dinanzi all'evidenza del prodigio.
A quell'epoca Asti si trovava sotto il dominio dell'imperatore Carlo V e numerose truppe imperiali stazionavano nella piazzaforte. Tale memoria storica, conservata negli archivi segreti vaticani (da cui fu estratta copia nel 1884 per cura del canonico Longo), è minuziosamente registrata nei libri della Venerabile Compagnia del Santissimo Sacramento istituita nel 1519 in San Secondo.
Testimonianza insigne del miracolo sono gli affreschi cinquecenteschi della cappella del Crocifisso con l'iscrizione marmorea: «Hic ubi Christus Ex sacro pane Effuso sanguine Exteram vi traxit fidem Astensem roboravit – Qui Cristo dal Pane consacrato, avendo effuso Sangue, attrasse con forza alla fede i lontani e confermò quella dei cittadini di Asti».
Nel 1718, la mattina del 10 maggio verso le otto, il sacerdote don Francesco Scotto si recò presso la Pia Opera Milliavacca per celebrare la Messa. La chiesa dell'istituto era divisa in due settori: quello posteriore riservato alle allieve e quello anteriore destinato al pubblico. Davanti all'altare sedeva il notaio Scipione Alessandro Ambrosio, cancelliere vescovile e tesoriere dell'ente, mentre serviva la Messa un nipote del celebrante. Al momento dell'elevazione dell'Ostia, il dottor Ambrosio notò che la Particola appariva spezzata in due parti.
Elevato il calice, l'Ambrosio, convinto che l'ostia rotta dovesse essere sostituita prima della consacrazione, si accostò all'altare per avvisare il sacerdote e recarsi in sacrestia a prenderne un'altra intatta. Ma il celebrante, avendo già elevato l'Ostia consacrata, la scorse effettivamente divisa in due: con immenso tremore vide sgorgare dalla fessura un fiotto vermiglio di Sangue vivo che colò sul piede del calice e sulla pisside, tingendo il corporale.
Tornato il notaio con la nuova particola e scorgendo l'Ostia grondante Sangue, scoppiò in pianto di commozione. Tutti i fedeli presenti videro il Miracolo. Il notaio corse a chiamare il canonico Argenta, confessore dell'istituto, il teologo Vaglio e il penitenziere Ferrero, che constatarono di persona il prodigio. Accorsero parimenti tre illustri medici della città (i dottori Argenta, Volpini e Vercellone), i quali attestarono sotto giuramento che le macchie erano di autentico sangue umano.
Alcuni astanti ipotizzarono che il sangue potesse provenire da un'epistassi del sacerdote, ma i chirurghi esclusero categoricamente ogni perdita ematica dal celebrante. Con l'intervento del provicario, del segretario della curia e del vicario dell'Inquisizione padre Bordino, fu rogato il solenne processo verbale.
Nel 1841 il Vescovo di Asti, monsignor Filippo Artico, fece riesaminare il calice e l'Ostia da una commissione peritale che confermò l'origine ematica delle tracce. La Pia Opera Milliavacca custodisce tuttora gelosamente le venerande memorie del Prodigio: il calice con le macchie di Sangue, l'Ostia ridotta nel tempo a un velo serico, la patena, il corporale e la pisside d'argento dorato.
Bagno di Romagna, 1412
A Bagno di Romagna, nella splendida Basilica di Santa Maria Assunta, si venera la sacra Reliquia del celebre Miracolo Eucaristico del «Sacro Corporale bagnato di Sangue». Lo storico camaldolese Fortunio descrive così il prodigio nei suoi autorevoli Annales Camaldulenses:
Dipinto che rappresenta il Miracolo nella Basilica
«Correva l'anno 1412. L'abbazia camaldolese di Santa Maria in Bagno (allora priorato) era retta da don Lazzaro da Venezia. Un giorno, mentre celebrava il divino Sacrificio, la sua mente fu assalita per tentazione diabolica da un tormentoso dubbio circa la presenza reale di Gesù nel Santissimo Sacramento. In quel medesimo istante vide la sacra specie del vino iniziare a ribollire e traboccare fuori dal calice riversandosi sul corporale sotto forma di Sangue vivo e palpitante, che lo intrise interamente. Non vi sono parole per descrivere lo sbigottimento e la commozione che invasero l'animo del sacerdote dinanzi a un prodigio di tale grandezza: tra le lacrime si volse ai fedeli presenti confessando la propria incredulità e mostrando il prodigio compiutosi sotto i suoi occhi».
Poco tempo dopo don Lazzaro fu trasferito a Bologna come cappellano del monastero femminile camaldolese di Santa Cristina, dove concluse piamente i suoi giorni nel 1416. I monaci camaldolesi ressero la pieve di Bagno ininterrottamente fino alle soppressioni napoleoniche del 1808. Dal 1975 la parrocchia-basilica di Santa Maria Assunta appartiene stabilmente alla diocesi di Cesena-Sarsina.
Nel 1912 il Cardinale Giulio Boschi, Arcivescovo di Ferrara, celebrò il quinto centenario del Miracolo promuovendo un solenne congresso di studi eucaristici. Nel 1958 monsignor Domenico Bornigia fece eseguire presso l'Università di Firenze un'approfondita perizia chimica sulle macchie del Corporale, che confermò inconfutabilmente l'origine ematica umana delle tracce. Nella basilica, nella terza cappella a sinistra, si venera pure una rarissima xilografia quattrocentesca detta «La Madonna del Sangue», così denominata perché, come testimoniò l'abate don Benedetto Tenaci, il 20 maggio 1498 l'immagine stillò miracolosamente sangue dal braccio sinistro.
Ogni anno, nella solennità del Corpus Domini, il sacro Corporale viene portato in trionfale processione per le vie cittadine ed è esposto alla pubblica venerazione durante la stagione termale (da marzo a novembre) in occasione della Messa domenicale delle undici.
Bolsena, 1264
Le moderne indagini storiche confermano pienamente le più antiche testimonianze scritte relative al celeberrimo Miracolo avvenuto nell'estate del 1264. Un sacerdote boemo di nome Pietro da Praga si era recato in pellegrinaggio in Italia con lo scopo di ottenere un'udienza da Papa Urbano IV, il quale risiedeva durante la stagione estiva a Orvieto circondato dalla corte pontificia e da insigni teologi, fra i quali primeggiava san Tommaso d'Aquino.
Dettaglio della Messa di Bolsena di Raffaello (1513), Musei Vaticani
Ricevuta la benedizione pontificia, don Pietro intraprese la via del ritorno verso la Boemia, ma lungo il tragitto sostò a Bolsena, dove celebrò la Messa nella veneranda chiesa di Santa Cristina. Al momento della consacrazione, mentre il sacerdote pronunciava le parole eucaristiche, si compì il grandioso evento prodigioso, immortalato su un'epigrafe marmorea dell'epoca:
«all'improvviso quell'Ostia apparve visibilmente come vera Carne viva dalla quale sgorgava copioso Sangue vermiglio, a eccezione della particella trattenuta tra le sue dita; il che avvenne non senza un sublime mistero, affinché fosse palese a tutti che quella era realmente l'Ostia che stava nelle mani del medesimo celebrante quando fu elevata sopra il calice».
Con questo insigne prodigio il Signore volle rinvigorire la fede di Pietro da Praga, sacerdote di specchiata condotta morale e pietà, il quale era tuttavia tormentato dal dubbio circa la presenza reale del Corpo e Sangue di Cristo sotto i veli delle specie eucaristiche del pane e del vino. La notizia del miracolo si diffuse con fulminea rapidità e giunse a Orvieto: Papa Urbano IV inviò prontamente il Vescovo di Orvieto insieme a san Tommaso d'Aquino per verificare l'autenticità dei fatti e prelevare il sacro lino macchiato di Sangue.
Costatata la divina evidenza del miracolo, Urbano IV promulgò la celebre Bolla Transiturus de hoc mundo ad Patrem (11 agosto 1264), istituendo per l'intera Chiesa universale la solennità del Corpus Domini e affidando a san Tommaso d'Aquino la composizione dell'Ufficio liturgico e dei celebri inni eucaristici.
Canosio, 1630
Canosio è un piccolo borgo alpino dell'alta Valle Maira, situato nella diocesi di Saluzzo. Nel 1630 la popolazione locale aveva visto affievolirsi il fervore della pratica cattolica a causa dell'infiltrazione dell'eresia calvinista proveniente dalle vallate confinanti. Alcuni giorni dopo la solennità del Corpus Domini, piogge torrenziali causarono la piena disastrosa del torrente Maira: il paese fu miracolosamente salvato dalla distruzione grazie alla solenne benedizione delle acque impartita con il Santissimo Sacramento. L'evento provocò numerose conversioni e gli abitanti di Canosio sciolgono tuttora il voto nell'ottava del Corpus Domini.

L'alluvione fu così violenta da trascinare a valle enormi massi staccatisi dalla montagna, che minacciavano di radere al suolo le abitazioni del villaggio. Don Antonio Rainardi, parroco del paese, fece suonare a distesa le campane richiamando l'intera popolazione per implorare la misericordia del Signore. Prese l'ostensorio con il Santissimo Sacramento e guidò una penitenziale processione verso l'argine minacciato dal torrente, mentre il popolo cantava piangendo il salmo Miserere. Non appena il sacerdote sollevò l'Ostia Santa tracciando il segno di croce sulle acque impetuose, la pioggia cessò istantaneamente e il torrente si ritirò nell'alveo.
Il parroco propose allora alla comunità di emettere un voto perpetuo se Canosio fosse scampato alla rovina: la protezione divina fu tangibile e gli abitanti rinnovano fedelmente la promessa ogni anno. Sebbene molti documenti storici conservati nell'archivio parrocchiale siano andati distrutti durante i conflitti tra Francia e Spagna, si conserva la copia autentica della relazione redatta da don Rainardi, testimone oculare del prodigio.
Cascia, 1330
Nel 1330, nei pressi di Siena, un contadino gravemente infermo mandò a chiamare con urgenza un sacerdote per ricevere gli ultimi sacramenti. Il sacerdote prelevò un'Ostia consacrata dal tabernacolo ma, invece di riporla con la dovuta riverenza in una teca, la infilò sbadatamente tra le pagine del proprio breviario. Giunto al capezzale dell'infermo, aprì il libro e scorse con indicibile spavento che l'Ostia si era trasformata in un grumo di Sangue vivo che tingeva indelebilmente entrambe le pagine del testo liturgico.

A Cascia, nella celebre Basilica intitolata a Santa Rita, si conserva la sacra Reliquia di questo insigne Miracolo Eucaristico avvenuto nel 1330. Il sacerdote senese, dopo aver ascoltato la confessione del moribondo, aprì il breviario per comunicarlo, scoprendo la Particola mutata in Sangue che impregnava la carta su entrambi i lati dei fogli. Sopraffatto da rimorso e vergogna, il sacerdote corse al convento agostiniano di Siena per confessare la propria colpa al beato Simone Fidati da Cascia, universalmente venerato per dottrina e santità di vita.
Padre Simone, ascoltato il racconto piangente del confratello, gli concesse l'assoluzione e chiese di poter trattenere le due pagine intrise del Sangue di Cristo. Portò la Reliquia a Cascia, dove fu riposta nella chiesa di Sant'Agostino. Numerosi Pontefici hanno arricchito il culto con speciali indulgenze. Nella ricognizione canonica del 1687 viene citato un antichissimo codice del convento agostiniano contenente dettagliate memorie storiche; il miracolo è prescritto inoltre negli Statuti Municipali di Cascia del 1387:
«ogni anno, nella festa del Corpus Domini, il podestà, i consoli e tutto il popolo di Cascia hanno il dovere di radunarsi nella chiesa di Sant'Agostino per seguire in processione il clero che reca la venerabile Reliquia del sacratissimo Corpo di Cristo per le vie della città».
Nel 1930, in occasione del sesto centenario del Miracolo, fu celebrato a Cascia un grandioso Congresso Eucaristico diocesano per l'intera diocesi di Norcia, fu inaugurato un artistico ostensorio e venne data alle stampe la documentazione storica completa del prodigio.
Cava dei Tirreni, 1656
La solenne «Festa di Montecastello», celebrata ininterrottamente dal 1657, commemora la liberazione miracolosa dalla peste della città di Cava de' Tirreni. Veduta del Monte da cui il sacerdote benedisse la vallata; processione del Corpus Domini dal borgo della Santissima Annunziata fino ai bastioni superiori di Monte Castello; spettacolari fuochi pirotecnici rievocativi organizzati ogni anno a Cava. A Napoli, nel maggio 1656, scoppiò una devastante epidemia di peste diffusa dalle truppe sarde al servizio della corona spagnola.

Il contagio si propagò fulmineo nei casali vicini raggiungendo la ridente cittadina di Cava dei Tirreni, provocando migliaia di vittime nel centro e nelle campagne. Il parroco don Franco, animato da una sovrannaturale ispirazione e sfidando ogni pericolo di contagio, radunò i superstiti per una grande processione riparatrice fino alla sommità di Monte Castello. Giunto sui bastioni della fortezza, don Franco impartì la solenne benedizione con il Santissimo Sacramento sui quattro punti cardinali della vallata: il morbo pestilenziale cessò all'istante in modo prodigioso. Ancora oggi, ogni anno nel mese di giugno, la popolazione di Cava organizza imponenti festeggiamenti e processioni eucaristiche a memoria imperitura del Miracolo.
Dronero, 1631 / San Mauro La Bruca, 1969
Nel 1631 una giovane contadina appiccò inavvertitamente il fuoco a un mucchio di paglia secca nei pressi del borgo di Dronero, nel marchesato di Saluzzo. Era la domenica 3 agosto 1631, verso l'ora del Vespro: alimentato da un vento impetuoso, l'incendio si propagò minacciando di incenerire l'intero abitato. Ogni sforzo degli abitanti per domare le fiamme si rivelava disperatamente vano e il rogo avanzava inesorabile verso il cuore della cittadina.

Il padre cappuccino Maurizio da Ceva, animato da immensa fede nell'Eucaristia, prelevò l'ostensorio con l'Ostia Magna dalla chiesa di Santa Brigida e guidò una devota processione verso il fronte delle fiamme, scortato dal clero e da tutto il popolo. Non appena il Santissimo Sacramento fu sollevato dinanzi al muro di fuoco, le fiamme retrocedettero miracolosamente estinguendosi del tutto. L'evento è descritto in un'antica lapide marmorea posta nella chiesetta di Santa Brigida a Dronero, e la cittadinanza ne rinnova la memoria ogni anno nella solennità del Corpus Domini.
A questo insigne prodigio si accosta il Miracolo Eucaristico di San Mauro La Bruca (Salerno), avvenuto nel 1969. La notte del 25 luglio alcuni ladri sacrileghi penetrarono nella chiesa parrocchiale rubando diversi vasi sacri, tra cui una pisside ricolma di Particole consacrate: gettarono via le sacre Ostie disperdendole in un vicolo polveroso. Il mattino seguente un fanciullo le scorse tra i sassi e le raccolse prontamente consegnandole al parroco.
Nel 1994, dopo venticinque anni di attenta osservazione canonica, monsignor Biagio D'Agostino, vescovo di Vallo della Lucania, riconobbe ufficialmente la miracolosa conservazione delle sacre Particole, le quali, a decenni di distanza e senza alcun conservante chimico, mantengono perfettamente intatte le loro proprietà fisiche e organolettiche sfidando le naturali leggi di decomposizione della farina azzima.
Ferrara, 1171
Il 28 marzo 1171 il priore dei Canonici Regolari Portuensi, padre Pietro da Verona, celebrava la Santa Messa di Pasqua nella chiesa di Santa Maria in Vado a Ferrara, assistito dai confratelli Bono, Leonardo e Aimone. Al momento della frazione del pane consacrato, dall'Ostia schizzò un copioso zampillo di Sangue vivo che andò a macchiare visibilmente la volta absidale sovrastante l'altare. Le antiche cronache tramandano «il sacro terrore del celebrante e l'immensa meraviglia del popolo che gremiva all'inverosimile la piccola chiesa».
Chiesa di Santa Maria in Vado, Ferrara
Numerosi testimoni oculari attestarono di aver visto l'Ostia assumere il colore purpureo del sangue e rivelare al suo interno l'effigie di un fanciullo divino. Il Vescovo Amato di Ferrara e l'Arcivescovo Gerardo di Ravenna accorsero tempestivamente sul luogo costatando di persona la presenza del Sangue vivo impresso sulla volta del presbiterio. La chiesa divenne celebre mèta di continui pellegrinaggi e fu ampliata e trasformata in sontuoso tempio nel 1495 per volere del duca Ercole I d'Este.
Tra le molteplici attestazioni storiche, fondamentale è la Bolla pontificia di Papa Eugenio IV del 30 marzo 1442, nella quale il Pontefice richiama l'autenticità del miracolo fondata sulle memorie storiche e sui giuramenti dei fedeli. Il manoscritto di Giraldus Cambrensis, custodito nella Lambeth Library di Londra, costituisce il più antico documento scritto (1197) che narra l'evento, ripreso di recente dallo storico Antonio Samaritani nella Gemma Ecclesiastica. Altresì insigne è la Bolla del cardinale Migliorati del 6 marzo 1404 che concesse indulgenze a chi rendesse omaggio al Sangue Prodigioso.
Ancora oggi, il 28 di ogni mese, nella Basilica di San Gaspare del Bufalo a Ferrara i Missionari del Preziosissimo Sangue offiziano una solenne adorazione eucaristica a perpetua memoria del Prodigio. Nel 1971 è stato celebrato solennemente l'ottavo centenario del Miracolo.
Florencia, 1230-1595
Il primo celebre Miracolo Eucaristico di Firenze avvenne il 30 dicembre 1230. Un anziano sacerdote di nome don Uguccione, al termine della Messa celebrata nella chiesa di Sant'Ambrogio, non si accorse di aver lasciato alcune gocce di vino consacrato sul fondo del calice: queste si tramutarono miracolosamente in Sangue vivo raggrumato. Il cronista medievale Giovanni Villani ha tramandato una scrupolosa descrizione dell'evento:

«il giorno seguente, riprendendo quel calice, trovò al suo interno Sangue vivo rappreso [...]. La cosa fu manifestata alle monache del monastero e a tutti i vicini ivi presenti, al Vescovo e a tutto il clero cittadino; fu poi esposto alla vista di tutti i fiorentini, i quali con immensa devozione accorsero in folla per contemplarlo. Indi deposero il Sangue in un'ampolla di cristallo che ancora oggi si mostra al popolo con somma riverenza».
Il Vescovo Ardingo da Pavia fece trasferire la Reliquia nel palazzo episcopale per accurati esami, e dopo alcune settimane la riconsegnò alle religiose di Sant'Ambrogio. Nel 1399 Papa Bonifacio IX concesse la medesima indulgenza della Porziuncola a quanti visitassero la basilica fiorentina. Nel 1980 è stato celebrato il 750° anniversario dell'avvenimento. La preziosa Reliquia è custodita all'interno di un magnifico tabernacolo marmoreo di Mino da Fiesole.
Il secondo prodigio avvenne il Venerdì Santo del 1595, quando una candela accesa posta sull'altare della cappella del Sepolcro cadde sul pavimento appiccando un furioso incendio. I fedeli accorsero per domare le fiamme e salvare i vasi sacri: nella concitazione sei Particole consacrate caddero dalla pisside sul tappeto infuocato. Spente le fiamme, le sei Ostie furono ritrovate perfettamente intatte, collegate fra loro e senza alcuna bruciatura. Nel 1628 l'Arcivescovo Marzio Medici ne constatò l'incorruttibilità facendole riporre in un artistico ostensorio d'oro. Ogni anno, durante le Quarant'ore di maggio, le due insigni Reliquie vengono esposte congiuntamente alla pubblica adorazione dei fedeli.
Gruaro (Valvasone), 1294
La preziosa Reliquia di questo celebre Miracolo è custodita nella chiesa parrocchiale del Santissimo Corpo di Cristo a Valvasone, sebbene il Prodigio si sia verificato nel vicino borgo di Gruaro. Nell'anno 1294 una giovane fantesca si recò al lavatoio pubblico della roggia Versiola per lavare una tovaglia d'altare della pieve di San Giusto a Gruaro. Improvvisamente la donna scorse con indicibile spavento che tra le pieghe del lino era rimasta per errore una Particola consacrata, dalla quale scaturivano gocce di Sangue vivo che tingevano la stoffa. Terrorizzata, corse dal parroco per avvertirlo del prodigio.
Il luogo del torrente dove la donna lavava la tovaglia
Il parroco informò prontamente il Vescovo di Concordia, Giacomo d'Ottonello da Cividale, il quale, accertata la veridicità dell'evento, chiese di traslare la tovaglia miracolosa nella Cattedrale di Concordia. Tuttavia sia il clero di Gruaro sia i feudatari Conti di Valvasone, che godevano dello ius patronatus su quel territorio, reclamarono il possesso della sacra reliquia. Non trovandosi un accordo, la vertenza fu rimessa al giudizio della Santa Sede: il Pontefice autorizzò i Conti a custodire la Reliquia a Valvasone a condizione che vi edificassero una sontuosa chiesa intitolata al Santissimo Corpo di Cristo, ultimata solennemente nel 1483.
Il documento più antico e autorevole è un rescritto pontificio del 1454 emanato da Papa Niccolò V, con cui il titolo dell'antica parrocchiale fu mutato in Chiesa del Santissimo Corpo di Cristo. Oggi la tovaglia intrisa del Sangue miracoloso è custodita in un cilindro di cristallo retto da un monumentale reliquiario d'argento opera dell'orafo veneziano Antonio Calligari. La festa della Sacra Tovaglia viene celebrata il quinto giovedì di Quaresima e la reliquia viene portata in processione solenne nella festa del Corpus Domini.
Lanciano, 750 D.C.
Nella chiesa di San Francesco a Lanciano, un'epigrafe marmorea del XVII secolo documenta il celeberrimo Miracolo Eucaristico avvenuto attorno all'anno 750 d.C. Un monaco basiliano, pur versato nelle scienze, era tormentato da gravi dubbi circa la reale presenza del Signore nell'Eucaristia. Mentre celebrava la Santa Messa e pronunciava le parole della consacrazione, vide l'Ostia mutarsi visibilmente in vera Carne e il vino trasformarsi in vero Sangue, mostrando tremante il prodigio a tutti i fedeli presenti.

La Carne si è conservata integra nei secoli e il Sangue coagulato è suddiviso in cinque grumi di diversa forma. La veneranda Reliquia fu sottoposta a plurime ricognizioni ecclesiastiche tra il 1574 e il 1886. Nel 1970, con l'autorizzazione della Santa Sede, l'Arcivescovo di Lanciano e i Padri Francescani Conventuali commissionarono una rigorosa perizia scientifica al professor Odoardo Linoli, illustre docente di anatomia, istologia patologica, chimica e microscopia clinica, coadiuvato dal professor Ruggero Bertelli dell'Università di Siena. Il 4 marzo 1971 il professor Linoli presentò le sue risultanze:
«La Carne è vera carne umana ed è costituita da tessuto muscolare striato appartenente al miocardio. Il Sangue è vero sangue umano. La tipizzazione immunoematologica attesta con certezza che sia la Carne sia il Sangue appartengono al gruppo sanguigno AB.
Le frazioni proteiche del Sangue presentano un quadro sierodiagnostico del tutto paragonabile a quello del sangue fresco normale. Nessun esame istologico ha rilevato la presenza di sali o sostanze chimiche usate anticamente per la mummificazione conservativa.
La Carne appartiene alla parete ventricolare sinistra del cuore: si evidenziano vasi coronarici arteriosi e venosi e un ramo del nervo vago. La perfetta conservazione biologica della Carne e del Sangue, lasciati per oltre dodici secoli allo stato naturale ed esposti all'azione degli agenti atmosferici e biologici senza alterazione, costituisce un fenomeno scientificamente straordinario e inspiegabile».
Relazione del prof. Odoardo Linoli, 4 marzo 1971
Le perizie, pubblicate nel 1971, hanno riscosso unanime ammirazione nel mondo scientifico internazionale e sono state confermate da successive verifiche dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/ONU) nel 1973, sancendo che la scienza moderna non è in grado di offrire alcuna spiegazione naturale per tale conservazione.
Macerata, 1356
A Macerata, nella Cattedrale di Santa Maria Assunta e San Giuliano, sotto l'altare del Santissimo Sacramento, si venera la sacra Reliquia del «Corporale macchiato di Sangue». Nel medesimo tempio è custodito un prezioso manoscritto pergamenaceo d'epoca che descrive i fatti storici. Lo storico Ferdinando Ughelli ricorda questo insigne prodigio nella sua celebre Italia Sacra del 1647, attestando che fin dal XIV secolo

«il corporale veniva portato in solenne processione per le vie della città, custodito in un'urna d'argento e cristallo, con la devota partecipazione di tutte le popolazioni del Piceno».
Tutte le cronache concordano nella narrazione del fatto prodigioso: il 25 aprile 1356 un sacerdote celebrante fu assalito durante la Messa da violenti dubbi interiori sulla realtà della transustanziazione. Spezzata l'Ostia Magna, vide stillare da essa Sangue vivo che colò abbondante tingendo il corporale e il calice. Don Niccolò informò prontamente il Vescovo diocesano monsignor Niccolò da San Martino, il quale fece traslare il corporale nella Cattedrale e promosse un regolare processo canonico.
Nel 1494 sorse a Macerata una delle primissime Confraternite del Santissimo Sacramento e nel 1556 vi ebbe origine la pia pratica delle Quarant'ore. Ogni anno, nella solennità del Corpus Domini, il Corporale del Miracolo viene portato in solenne trionfo dietro l'Ostensorio con il Santissimo Sacramento.
Mogoro, 1604
A Mogoro, in Sardegna, il Lunedì di Pasqua dell'anno 1604, don Salvatore Spiga, parroco della chiesa di San Bernardino, stava celebrando la Santa Messa. Al momento della distribuzione della Comunione si accostarono alla balaustra due uomini notoriamente conosciuti da tutti per la vita dissoluta e scandalosa che conducevano. Non appena il celebrante pose loro la sacra Particola sulla lingua, entrambi la sputarono con orrore sui gradini marmorei della balaustra, gridando che le Ostie bruciavano come carboni ardenti ustionando loro la bocca.

Pieni di terrore e rimorso per essersi comunicati in stato di peccato mortale senza confessione, i due fuggirono precipitosamente dalla chiesa. Don Salvatore raccolse con riverenza le sacre Particole e scorse con meraviglia che sulla pietra calcarea erano rimaste impresse a fuoco le impronte circolari esatte delle due Ostie. Fece lavare accuratamente la pietra, ma ogni tentativo di cancellare i segni risultò vano. Numerosi storici ecclesiastici, tra cui i sacerdoti Pietro Cossu e Giovanni Casu, documentano i rigorosi accertamenti promossi dal Vescovo Antonio Surredo.
Tra i documenti più autorevoli figura l'atto notarile rogato dal notaio Pietro Antonio Escano il 25 maggio 1686, con cui si stabiliva la collocazione della venerabile «Pietra del Miracolo» in un'apposita teca dorata sopra l'altare maggiore, visibile a tutti i fedeli. Ancora oggi sulla pietra si ammirano le due indelebili impronte circolari delle Ostie prodigiose.
Morrovalle, 1560
Nel 1560 a Morrovalle un furioso incendio distrusse interamente la grande chiesa dei Frati Francescani Conventuali, a eccezione dell'Ostia Magna consacrata custodita nella pisside (la quale rimase carbonizzata, salvo il coperchio). Nel 1960 è stato solennemente celebrato il quarto centenario del Miracolo Eucaristico e il Consiglio Comunale ha deliberato all'unanimità di apporre sulla porta civica principale l'iscrizione perenne «Civitas Eucharistica».

A Morrovalle, nella notte tra il 16 e il 17 aprile 1560, durante l'ottava di Pasqua, il frate laico Angelo Blasi fu svegliato di soprassalto verso le due del mattino da un crepitio assordante: guardando dalla finestra scorse la chiesa interamente avvolta da fiamme gigantesche. Avvertiti i confratelli, l'edificio sacro crollò rapidamente ridotto a un cumulo di macerie fumanti.
Nei giorni seguenti si procedette alla rimozione dei detriti. Il 27 aprile padre Battista d'Ascoli, sollevando una lastra marmorea dell'altare maggiore distrutto, scoprì in un incavo del muro la pisside: il corporale appariva bruciacchiato, ma al suo interno l'Ostia grande consacrata splendeva intatta, fresca e candida come appena consacrata. Padre Battista gridò al miracolo richiamando una folla immensa da tutta la regione.
Per tre giorni continui il Santissimo Sacramento fu esposto all'adorazione; giunto il provinciale padre Evangelista da Morro d'Alba, l'Ostia fu riposta in una preziosa custodia d'avorio. Papa Pio IV inviò monsignor Ludovico di Forlì per un'inchiesta formale e autorizzò il culto con la celebre Bolla Sacrosanta Romana Ecclesia (1560), istituendo la festa dei «Due Perdoni» (17 e 27 aprile).
La chiesa fu sontuosamente ricostruita. Sebbene nel corso dei rivolgimenti bellici del Seicento le specie sacramentali siano state consumate, la parrocchia di San Bartolomeo custodisce ancora la venerata pisside originale miracolosamente scampata alle fiamme con il suo coperchio intatto.
Offida, 1273-1280
Nel 1273 a Lanciano una donna di nome Ricciarella, desiderosa di riconquistare l'affetto del marito Giacomo Stasio, si macchiò di un gravissimo sacrilegio. Seguendo le indicazioni di una fattucchiera, trattenne in bocca l'Ostia consacrata ricevuta alla Comunione, la portò a casa e la depose su un coccio di terracotta infuocato per ridurla in polvere e mescolarla al cibo del coniuge. Non appena toccato il fuoco, la Particola si tramutò prodigiosamente in Carne viva grondante Sangue vermiglio.
Dettaglio del lino insanguinato
Terrorizzata dal prodigio, Ricciarella avvolse il coccio e l'Ostia insanguinata in una tovaglia di lino e la seppellì sotto il letame della stalla del marito. Da quel giorno nella stalla si verificarono fatti straordinari: ogni volta che la mula entrava, piegava le zampe anteriori inginocchiandosi verso il punto esatto in cui era celata l'Ostia. Per ben sette lunghi anni Ricciarella visse straziata da atroci rimorsi di coscienza.
Infine decise di confessare il sacrilegio al priore del convento agostiniano di Lanciano, padre Giacomo Diotallevi, originario di Offida. Le cronache narrano che la donna si gettò ai piedi del sacerdote gridando in lacrime: «Ho ucciso Dio! Ho ucciso Dio!». Il religioso si recò sul posto scavando nel letame e rinvenne l'involucro con la sacra Reliquia intatto e profumato. Padre Giacomo decise di donare la Reliquia alla sua città natale di Offida, i cui cittadini commissionarono a Venezia una monumentale Croce reliquiario d'argento.
Fra Michele e un confratello si recarono a Venezia presso un abile orafo imponendogli il segreto professionale: quando l'artigiano prese la pisside fu colto da febbre violenta e improvvisa. Compreso di essere in stato di peccato mortale, si confessò e la febbre disparve all'istante, consentendogli di incastonare la sacra Particola nella Croce d'argento senza alcun pericolo.
I reliquiari del coccio, del lino insanguinato e della Croce con l'Ostia miracolosa sono solennemente esposti nella chiesa di Sant'Agostino a Offida. La casa di Ricciarella a Lanciano fu trasformata in cappella votiva e ogni 3 maggio la comunità di Offida festeggia con devozione l'anniversario del Prodigio.
Patierno (Napoli), 1772
Il 29 agosto 1774 la Curia arcivescovile di Napoli emise un solenne decreto canonico riconoscendo il miracoloso ritrovamento e l'inspiegabile conservazione incorrotta delle sacre Ostie trafugate dalla chiesa di San Pietro a Patierno il 24 febbraio 1772. In seguito fu indetto uno speciale Anno Eucaristico diocesano per sensibilizzare l'intera comunità ecclesiale sull'insigne Prodigio.

Purtroppo nel 1978 alcuni ladri sacrileghi riuscirono a trafugare nuovamente il reliquiario contenente le Particole miracolose del 1772. Nel 1772 alcuni malfattori avevano rubato un gran numero di Ostie consacrate: queste furono rinvenute un mese dopo nei terreni agricoli del Duca di Grottolelle, sepolte sotto un cumulo di letame e perfettamente intatte, candide e incorrotte. Il ritrovamento fu reso possibile da misteriosi fasci di luce sfolgorante che si levavano dal terreno e da una colomba bianca che volteggiava continuamente sul punto esatto.
Sant'Alfonso Maria de' Liguori descrisse minutamente questo Miracolo e se ne avvalse nei suoi scritti per ravvivare la fede del popolo verso l'Eucaristia. La circonferenza delle Particole ritrovate combaciava millimetricamente con il ferro da ostie appartenente alla parrocchia di San Pietro a Patierno. Il Vicario Generale, monsignor Onorati, redasse gli atti del processo canonico durato due anni (1772-1774), sigillando con ceralacca spagnola rossa il nodo del nastro che univa le due ampolle di cristallo e argento. Negli atti si legge:
«diciamo, decretiamo e dichiariamo che la menzionata apparizione delle luci e la perfetta conservazione delle sacre Particole per tanti giorni sotto terra, è stata ed è un autentico e solennissimo Miracolo operato da Dio Ottimo Massimo, per illustrare sempre più la verità del dogma cattolico e far crescere la devozione verso la reale presenza di Cristo Signore nel Santissimo Sacramento dell'Eucaristia».
Tra i periti della commissione figuravano tre illustri scienziati dell'epoca, tra cui il celebre dottor Domenico Cotugno della Regia Università di Napoli, i quali sentenziarono:
«evidentemente la straordinaria apparizione delle luci, manifestatasi in molteplici modi, e l'intatta conservazione delle Particole dissotterrate, non possono trovare spiegazione nelle leggi fisiche e oltrepassano le forze degli agenti naturali; pertanto devono considerarsi indubitabilmente miracolose».
Nel 1972 il professor Pietro De Franciscis, ordinario di fisiologia umana all'Università di Napoli, confermò le medesime conclusioni nella sua Relazione sul ritrovamento delle sacre Ostie del 1772. Nel 1967 il Cardinale Arcivescovo Corrado Ursi, elevando la chiesa di San Pietro a Santuario Diocesano Eucaristico, scriveva nella Bolla: «Il Prodigio di San Pietro a Patierno è un dono e un perenne monito divino per tutta la nostra arcidiocesi: esso richiama potentemente il messaggio del Pane di vita disceso dal cielo per la salvezza del mondo annunciato da Gesù a Cafarnao».
Rimini, 1227
Nella città di Rimini è possibile visitare ancora oggi il tempio ottagonale eretto in memoria dell'insigne Miracolo Eucaristico operato da Sant'Antonio di Padova nel 1227. Questo celebre episodio è narrato nella Benignitas, considerata una delle fonti biografiche più antiche e autorevoli del Santo. Il Taumaturgo stava disputando con un accanito capo eretico cataro che negava la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia. Esaurite le argomentazioni teologiche, l'eretico di nome Bonovillo lanciò una sfida pubblica:
Templum SS. Eucharistiae, Rimini
«Se tu, Antonio, riuscirai a dimostrarmi con un prodigio palese che nella Comunione vi è realmente il Corpo di Cristo, io abiurerò la mia dottrina e mi convertirò alla fede cattolica. Facciamo una scommessa: terrò rinchiusa al buio per tre giorni una delle mie mule facendole patire il tormento della fame più nera. Trascorsi i tre giorni la condurrò qui sulla piazza davanti a tutti e le mostrerò una cesta di biada fresca. Tu le starai di fronte tenendo tra le mani ciò che affermi essere il Corpo di Cristo. Se la bestia affamata, rifiutando il foraggio, correrà ad adorare il tuo Dio, io mi convertirò all'istante alla fede della tua Chiesa».
Sant'Antonio, ispirato dall'Alto, accettò serenamente la sfida. L'incontro fu fissato nella Piazza Grande (l'odierna piazza Tre Martiri). Nel giorno convenuto una folla sterminata di cattolici ed eretici riempì la piazza. A sinistra avanzò Bonovillo tenendo per la cavezza la mula digiuna e mostrando la biada profumata; a destra si presentò Sant'Antonio portando con somma riverenza l'Ostensorio con l'Ostia consacrata. Ottenuto il silenzio assoluto dell'assemblea, il Santo si volse all'animale e pronunciò con voce ferma:
«In virtù e nel nome del tuo Creatore, che io, sebbene indegno, tengo vivo nelle mie mani, ti ordino, o bestia: avanza prontamente e piega le ginocchia rendendo il dovuto omaggio al tuo Signore, affinché gli eretici e i malvagi comprendano che ogni creatura deve sottomettersi al proprio Creatore, che i sacerdoti hanno tra le mani sull'altare!».
All'istante la mula, ignorando totalmente la biada che il padrone le agitava dinanzi al muso, si diresse docile verso Sant'Antonio, piegò le zampe anteriori e si prostrò a terra rimanendo a lungo in ginocchio con la testa china dinanzi al Santissimo Sacramento. Dinanzi a quel trionfo divino la folla proruppe in grida di lode a Dio; Bonovillo, sconvolto e pentito, si gettò ai piedi del Santo abiurando pubblicamente i propri errori e divenendo per tutto il resto della vita un fervente difensore della fede cattolica.
Roma, 1610
Nel momento in cui una nobildonna romana si accostò alla santa Comunione, fu colta da un moto di riso irriverente poiché dubitava della reale presenza di Cristo nel pane e nel vino consacrati. Papa san Gregorio Magno, turbato da tale ostinata incredulità, rifiutò di comunicarla deponendo la sacra particola sull'altare: all'istante le specie sacramentali del pane si trasformarono visibilmente in Carne palpitante e Sangue vivo. A quell'epoca era consuetudine liturgica che i fedeli portassero da casa le forme di pane azzimo destinate alla celebrazione eucaristica.
Chiesa di Santa Pudenziana, Roma
Papa Gregorio Magno celebrava la Messa domenicale nell'antica basilica di San Pietro. Distribuendo l'Eucaristia, scorse tra i comunicandi la nobildonna che aveva confezionato il pane ridere apertamente. Il Pontefice la richiamò severamente chiedendole la ragione del suo riso: la donna rispose che non riusciva a credere come quel pane preparato con le sue stesse mani potesse tramutarsi, per virtù delle sole parole rituali, nel Corpo e Sangue del Figlio di Dio. San Gregorio sospese la Comunione e invitò l'intero popolo a pregare intensamente il Signore affinché dissipasse le tenebre di quell'incredulità.
Terminata l'orazione, la porzione di pane sull'altare si mutò sotto gli occhi dell'assemblea in Carne viva stillante Sangue. La matrona romana cadde in ginocchio scoppiando in lacrime di sincera penitenza. Ancora oggi una porzione insigne di questa miracolosa Reliquia è piamente conservata e venerata presso il celebre monastero benedettino di Andechs, in Germania. L'evento è magnificamente ritratto negli affreschi del portico della basilica di San Gregorio Magno al Celio a Roma.
Roma, VI-VII sec.
La basilica di Santa Pudenziana è una delle più insigni e antiche chiese titolari di Roma. Secondo l'unanime tradizione storiografica, il senatore romano Pudente ospitò nella propria domus l'Apostolo Pietro: le fondamenta della chiesa poggiano proprio sulle vestigia dell'abitazione senatoria. Il titolo della basilica deriva dal nome della figlia del senatore, santa Pudenziana. Ella e la sorella santa Prassede, pur non subendo il martirio cruento, si distinsero per il pietoso compito di raccogliere con spugne e lini il sangue dei martiri cristiani giustiziati nei vicini anfiteatri per donarlo alla sepoltura.

La basilica è impreziosita da splendidi mosaici absidali paleocristiani del IV-V secolo e fu eretta sotto il pontificato di Papa Pio I sull'area originaria della dimora senatoria, per volontà delle sante sorelle Prassede e Pudenziana. Sui gradini marmorei dell'altare monumentale della Cappella Caetani si ammira tuttora la vivida impronta e la macchia indelebile di Sangue lasciata da un'Ostia consacrata sfuggita di mano a un sacerdote durante la celebrazione della Santa Messa. Il celebrante era tormentato da dubbi laceranti sulla reale presenza di Cristo nell'Eucaristia: subito dopo aver pronunciato la formula di consacrazione, la Particola gli scivolò dalle dita cadendo sul gradino marmoreo, sul quale lasciò miracolosamente incisa la propria orma insanguinata a perenne testimonianza della verità sacramentale.
Rosano, 1948
«La sera del 4 aprile 1948, Domenica in Albis, durante il canto corale dei Vespri nel monastero benedettino di Rosano, si osservò per la prima volta che dagli occhi della statua del Sacro Cuore di Gesù scendevano gocce vive del tutto simili a lacrime umane. Nel giugno del medesimo anno si aggiunse un secondo prodigio "impressionante e inatteso": la visibile effusione di Sangue. Tali fenomeni soprannaturali si ripeterono a più riprese tra il 1948 e il 1950, costantemente attestati da numerosi testimoni oculari tra le monache di clausura, in particolare dalla reverenda Madre Badessa donna M. Ildegarde Cabitza».
Statua del Sacro Cuore che lacrimò e stillò sangue
Nell'archivio storico del monastero si custodiscono molteplici deposizioni giurate di sacerdoti, predicatori illustri e medici accademici, unitamente ai referti ematologici dei purificatoi intrisi di sangue umano. Preziosissima è la testimonianza di monsignor Angelo Scapecchi, futuro vescovo ausiliare di Arezzo. Dagli atti d'archivio emergono le minuziose inchieste condotte dal Visitatore Apostolico del Sant'Uffizio, padre Luigi Romoli O.P., il quale interrogò singolarmente ogni monaca imponendo il più rigoroso segreto d'ufficio.
Il 14 novembre 1950 il Sant'Uffizio dispose la temporanea traslazione della statua in luogo riservato a Roma; nel 1952 l'immagine fece ritorno a Rosano. La comunità claustrale visse questi eventi celesti con intima commozione e assoluta discrezione: nessuna religiosa interruppe i propri doveri quotidiani e la vita monastica proseguì secondo la regola benedettina dell'Ora et labora.
Il fenomeno delle lacrime e dell'effusione ematica è stato giudicato scientificamente inspiegabile. Il Vescovo monsignor Giovanni Giorgis scorse negli eventi di Rosano un pressante appello divino «alla fedeltà, alla riparazione e alla preghiera». Ricordando a cinquant'anni di distanza quei prodigi, il Vescovo diocesano ha invitato i fedeli a rinnovare la consacrazione al Cuore di Gesù, attingendo con gioia alle sorgenti della divina misericordia e della grazia sacramentale.
Salzano, 1517
Quando sant'Ignazio di Loyola e i suoi primi compagni di congregazione sostarono nel territorio della Repubblica di Venezia nel 1536 in attesa di imbarcarsi per la Terra Santa, trascorsero alcuni giorni nel Castello Vescovile di Stigliano. Fu in tale occasione che appresero direttamente e constatarono di persona la memoria del celebre Prodigio Eucaristico di Salzano, minuziosamente descritto nelle memorie storiche del Servo di Dio padre Simão Rodrigues S.I.
Chiesa di San Bartolomeo con l'affresco del Miracolo
Nel prezioso memoriale gesuitico si narra come un certo «sacerdote di nome don Lorenzo fu chiamato d'urgenza ad amministrare il Santo Viatico a un moribondo ai confini occidentali della parrocchia rurale tra Zeminiana e Briana. Essendo l'ora tarda e la stagione inclemente, il sacerdote si incamminò a piedi scortato unicamente da un fanciullo chierichetto con la lanterna.
Giunti nei pressi dei prati costeggianti il fiume Muson, in località volgarmente detta Cime, alcuni asini che pascolavano liberamente nei campi si diressero spontaneamente verso il pio corteo; fermatisi al cospetto del sacerdote, piegarono devotamente le ginocchia anteriori a terra e si rialzarono scortando in silenzio il Viatico fino all'abitazione dell'infermo, ripetendo la genuflessione sulla soglia della casa. Quindi riaccompagnarono don Lorenzo fino al prato di partenza... Tale memoria storica è stata fedelmente tramandata di generazione in generazione dai padri ai figli e dai parroci nei catechismi parrocchiali».
Del Miracolo trattano diffusamente i Padri Bollandisti, il Gerola nel Libro per tutti, padre Beccaro e il padre Sanna Solaro S.I. negli atti dei congressi eucaristici italiani. L'episodio è pienamente confermato nella monumentale Historia Societatis Iesu di Niccolò Orlandini, pubblicata a Bologna nel 1615, basata sulle memorie originali del padre Rodrigues. Ricerche d'archivio presso la Curia patriarcale hanno confermato che don Lorenzo operava come cappellano a Salzano proprio nell'agosto 1517, sotto la guida del parroco don Francesco Artuso, confermando l'assoluta esattezza storica del Prodigio.
San Pedro Damián, XI sec. / Scala, 1732
San Pier Damiani, insigne Dottore della Chiesa, ha descritto un fondamentale Miracolo Eucaristico di cui fu testimone oculare nel suo celebre Opusculum XXXIV (in Migne, Patrologia Latina, tomo CXLV, col. 573). Ecco la viva narrazione lasciataci dal grande santo:
San Pier Damiani
«È questo un fatto eucaristico di grandissima importanza, avvenuto nell'anno 1050. Una donna, cedendo ad abominevoli suggestioni malefiche, stava portando a casa propria il Pane Eucaristico ricevuto alla Comunione per usarlo in pratiche superstiziose. Un pio sacerdote se ne avvide tempestivamente, la inseguì e le sottrasse l'Ostia sacrilegamente rubata. Aperto il fazzoletto di lino bianco in cui la Particola era avvolta, vide che una metà esatta si era trasformata visibilmente nel Corpo di Cristo in vera Carne vivente, mentre l'altra metà conservava il consueto aspetto di pane azzimo. Dio volle confondere con una testimonianza così inequivocabile l'incredulità degli eretici che negavano la reale presenza di Cristo nell'Eucaristia: in una metà si manifestava visibilmente il Corpo del Salvatore, lasciando intatta l'altra metà per confermare la realtà della transustanziazione sacramentale che si compie sull'altare».
A questo prodigio si unisce quello avvenuto a Scala (Costiera Amalfitana) nel 1732. La Venerabile Maria Celeste Crostarosa fondò, insieme a sant'Alfonso Maria de' Liguori, l'Ordine del Santissimo Redentore (Redentoriste). Nel monastero delle Redentoriste di Scala ogni giovedì, al termine della Messa mattutina, si teneva l'adorazione eucaristica. Per tre mesi consecutivi, a partire dall'11 settembre 1732, durante l'esposizione del Santissimo apparvero nell'Ostia consacrata i visibili strumenti della Passione di Cristo: la croce, la lancia, la spugna, i chiodi e il sudario.
Il fenomeno celeste fu costatato e giurato dalle monache claudicate, dal popolo fedele, dal Vescovo di Scala monsignor Santoro, dal Vescovo di Castellammare di Stabia e dal medesimo sant'Alfonso Maria de' Liguori in persona. Monsignor Santoro inviò una circostanziata relazione ufficiale al Nunzio Apostolico a Napoli monsignor Simonetti, il quale la trasmise formalmente al Cardinale Segretario di Stato Barbieri a Roma.
Santa Clara De Asis, 1240
Così narra la veneranda tradizione francescana medievale:
Rappresentazione antica del Miracolo di Santa Chiara
«Per ordine imperiale si erano accampate schiere di fanti e una moltitudine di arcieri saraceni, fitti come sciami di vespe, per devastare le contrade dell'Umbria ed espugnare le città fedeli alla Chiesa. Avvenne che durante un feroce assalto contro Assisi, città cara al Signore, mentre le truppe nemiche si accostavano alle mura, i barbari saraceni fecero irruzione nella valle di San Damiano, penetrando fin dentro il chiostro delle vergini claustrali. I cuori delle povere religiose furono sopraffatti dal terrore: con voci tremanti e singhiozzi accorsero piangendo attorno alla loro Madre, Santa Chiara».
Questo celeberrimo Miracolo Eucaristico è tramandato nella Legenda Sanctae Clarae Virginis redatta da Tommaso da Celano. Descrive il prodigio operato da Santa Chiara d'Assisi che, munita unicamente dell'Ostensorio con il Santissimo Sacramento, riuscì a volgere in rotta le feroci soldatesche saracene assoldate dall'imperatore Federico II di Svevia: «Ella, con cuore intrepido, ordina che la conducano, malata e inferma com'era, alla porta del monastero e la pongano dinanzi ai nemici. Preceduta da una teca d'argento rivestita d'avorio nella quale era piamente custodito il Corpo del Santo dei santi, prostrata in lacrime dinanzi al Signore, parlò al suo amato Cristo:
"Ecco, mio Signore: vuoi forse consegnare nelle mani dei pagani le tue inermi ancelle, che io ho allevato nel tuo santo amore? Proteggi, ti supplico, o Signore, queste tue spose che io da sola ora non posso salvare!".
Subito risuonò dalle sacre Specie una voce soavissima, simile a voce di fanciullo: "Io vi custodirò sempre!". "Mio Signore", soggiunse la santa, "proteggi anche, se ti piace, questa città che per amor tuo ci sostiene con le sue elemosine". E Cristo le rispose: "Essa sosterrà dure prove, ma sarà difesa dalla mia onnipotente protezione". Allora la vergine, sollevando il volto rigato di pianto, rincuorò le consorelle tremanti: "Vi do certezza, figlie mie, che non subirete alcun male; abbiate solo viva fede in Cristo!".
All'istante le schiere saracene rimasero paralizzate da un terrore sovrumano; la loro ferocia si tramutò in sgomento e, abbandonando le scale e i muri che avevano già scavalcato, fuggirono precipitosamente disperdendosi nella vallata per la potenza sovrannaturale di Colei che pregava. Chiara ammonì poi severamente le suore che avevano udito la voce divina dicendo: "Badate bene, carissime figlie, di non rivelare a nessuno quella voce finché sarò in vita!"».
Siena, 1730
Tra i documenti più autorevoli che attestano il Prodigio figura una memoria manoscritta redatta nel 1730 da don Girolamo Macchi, nella quale si registra che il 14 agosto 1730 alcuni ladri sacrileghi penetrarono nella basilica di San Francesco a Siena asportando la pisside contenente 351 Particole consacrate. Tre giorni dopo, il 17 agosto, le 351 Ostie furono ritrovate perfettamente intatte, frammiste alla polvere, nella cassetta delle elemosine del santuario di Santa Maria in Provenzano.
Basilica di San Francesco, Siena
L'intera cittadinanza senese si radunò per celebrare il ritrovamento delle sacre Specie, le quali furono ricondotte in solennissima processione trionfale nella basilica di San Francesco. Nonostante il trascorrere dei secoli, le Particole non hanno mai subito alcuna alterazione fisica o chimica. In molteplici ricognizioni canoniche illustri commissioni scientifiche hanno esaminato le Ostie giungendo a conclusioni univoche:
«le sacre Particole si mantengono tuttora fresche, intatte, fisicamente incorrotte, chimicamente pure e prive di qualsiasi accenno di alterazione o fermentazione».
Nel 1914 Papa san Pio X autorizzò una rigorosa perizia chimico-biologica condotta da insigni docenti universitari di igiene, bromatologia e chimica farmaceutica, tra cui il celebre professor Siro Grimaldi dell'Università di Siena. Il referto peritale concluse:
«Le Sacre Particole di Siena costituiscono un classico esempio di perfetta conservazione di particole di pane azzimo consacrate nel 1730, e rappresentano un fenomeno scientificamente unico che sovverte le naturali leggi della conservazione della materia organica. Le leggi della natura si sono invertite: il cristallo della teca si è ricoperto di polvere e tracce biologiche, mentre il pane azzimo è rimasto inalterato, più refrattario del vetro stesso. È un fatto assolutamente unico negli annali della scienza».
Ulteriori perizie furono condotte nel 1922 (durante il trasferimento in un cilindro di puro cristallo di rocca), nel 1950 e nel 1951. Papa san Giovanni Paolo II, durante la visita pastorale a Siena il 14 settembre 1980, sostò a lungo in adorazione dinanzi alle Ostie prodigiose ed esclamò: «È la Presenza!». Le Sacre Particole sono custodite nella cappella Piccolomini d'estate e nella cappella Martinozzi d'inverno, circondate dalla fervida devozione delle Contrade di Siena e da continue processioni eucaristiche.
Trani, XI sec.
A Trani, in Puglia, nella Cattedrale di Santa Maria Assunta si venera tuttora la preziosa Reliquia di questo celebre Miracolo Eucaristico avvenuto attorno all'anno Mille. Molteplici documenti storici ed epigrafi cittadine tramandano la memoria dell'evento prodigioso. Il frate cappuccino Bartolomeo Campi, nella sua opera L'Innamorato di Gesù Cristo (1625), redasse una fedele relazione storica dei fatti:
Rappresentazione antica del Prodigio
«Fingendo di essere cristiana, una donna si accostò alla santa Comunione con le altre fedeli... Ricevuta la sacra Particola, la estrasse furtivamente di bocca e la avvolse nel proprio fazzoletto. Rientrata nella sua dimora, volle verificare con empietà se si trattasse di semplice pane. Pose dunque la benedetta Particola in una padella colma d'olio bollente sopra il fuoco... Non appena l'Ostia toccò l'olio ribollente, si trasformò all'istante in Carne viva stillante Sangue vermiglio. Il flusso di Sangue divino non si arrestò affatto, ma traboccò abbondantemente fuori dalla padella allagando il pavimento di quell'abitazione. Sopraffatta dal terrore, la donna prese a gridare disperatamente richiamando le vicine, le quali accorsero atterrite dinanzi a quella vista sovrumana...».
L'Arcivescovo fu informato dell'accaduto e ordinò di recuperare la sacra Reliquia con solenne processione riparatrice per custodirla nella Cattedrale. Il celebre storico Ferdinando Ughelli, nella sua monumentale Italia Sacra (1670, tomo VII), attesta:
«A Trani si venera la sacra Ostia che, gettata per disprezzo della fede nell'olio bollente, svelò sotto le specie del pane la vera Carne e il vero Sangue di Cristo, traboccato fino a terra».
Una celebre conferma indiretta del prodigio fu pronunciata da San Pio da Pietrelcina: «Trani è grandemente benedetta, poiché per due volte il Sangue di Cristo ha bagnato la sua terra», alludendo a questo miracolo eucaristico e al miracolo del Crocifisso di Colonna del XV secolo. Nel 1706 la casa della donna sacrilega fu trasformata in cappella espiatoria per munificenza del nobile Ottaviano Campitelli. La Reliquia è custodita dal 1616 in un pregevole reliquiario d'argento donato da Fabrizio da Cunio ed è stata oggetto di perizie canoniche, l'ultima delle quali compiuta nel 1924 da monsignor Giuseppe Maria Leo.
Turin, 1453
Nell'Alta Val di Susa, presso la rocca fortificata di Exilles, le truppe mercenarie di Renato d'Angiò si scontrarono con le milizie sabaude del duca Ludovico di Savoia. I soldati saccheggiarono tutti i dintorni e alcuni penetrarono nella chiesa parrocchiale: uno di essi scassinò la porticina del tabernacolo e rubò l'ostensorio con l'Ostia consacrata. La infilò in un sacco di tela e caricò il mulo con il bottino sacrilego, dirigendosi verso la città di Torino.

Giunto nella piazza principale, nei pressi della chiesa di San Silvestro (allora dello Spirito Santo, sul luogo dove poi fu eretta la basilica del Corpus Domini), il mulo inciampò rovinosamente e stramazzò al suolo. Allora, dinanzi allo stupore della folla, il sacco si aprì lasciando fuoriuscire l'ostensorio con l'Ostia consacrata, che si sollevarono in alto fino a superare l'altezza dei tetti delle case circostanti. Tra i presenti vi era don Bartolomeo Coccolo, il quale corse prontamente a dare la straordinaria notizia al Vescovo diocesano monsignor Ludovico dei marchesi di Romagnano.
Il Vescovo, accompagnato da un imponente corteo formato dal clero e dal popolo, si diresse verso la piazza e, prostratosi in atteggiamento di devota adorazione, pregò con le parole dei discepoli di Emmaus: «Resta con noi, Signore!». Si verificò allora un nuovo prodigio: l'ostensorio metallico cadde al suolo svuotato, lasciando libera e risplendente nell'aria, come un sole fulgido, l'Ostia consacrata. Il Vescovo alzò verso l'Ostia un calice che teneva tra le mani: lentamente essa prese a discendere posandosi dolcemente dentro la coppa.
La devozione verso il Miracolo Eucaristico del 1453 si diffuse all'istante in tutta la città, la quale dispose anzitutto l'erezione di un tabernacolo sul luogo del Prodigio, successivamente sostituito dalla magnifica chiesa dedicata al Corpus Domini. Ma l'espressione più solenne risiede nelle feste centenarie e cinquantenarie celebrate solennemente (1653, 1703, 1753, 1853 e in parte 1803).
Copiosi documenti storici attestano il Miracolo: i più antichi sono i tre Atti Capitolari del 1454, 1455 e 1456, unitamente alle memorie coeve della Municipalità di Torino. Nel 1853 il beato Papa Pio IX celebrò solennemente il quarto centenario del Miracolo, cerimonia alla quale presero parte san Giovanni Bosco e il beato don Michele Rua; Pio IX approvò per l'occasione l'Ufficio e la Messa propria del Miracolo per l'arcidiocesi di Torino. Nel 1928 Papa Pio XI elevò la chiesa del Corpus Domini alla dignità di Basilica Minore. L'Ostia del Miracolo fu conservata fino al XVI secolo, quando la Santa Sede dispose che venisse devotamente consumata dal presule
«per non costringere Iddio a fare un perpetuo miracolo nel mantenere in eterno incorrotte, come sempre si sono mantenute, quelle medesime specie eucaristiche».
G.A. Recchi, affreschi con la descrizione del Prodigio presenti nel Palazzo Municipale di Torino. Lapide marmorea che spiega che l'Ostia del Miracolo fu consumata «per non costringere Iddio a fare un eterno miracolo...». Per proteggere la Particola miracolosa nel 1455 fu eretto un tabernacolo nel Duomo, poi rimosso quando iniziarono i lavori per la nuova cattedrale progettata da Meo del Caprino.
Nel 1528, sul luogo esatto del Miracolo, fu edificata l'edicola votiva di Matteo Sanmicheli, adorna di pitture che rievocano le fasi salienti del prodigio; più tardi fu sostituita dall'odierna basilica del Corpus Domini, iniziata nel 1604 su progetto di Ascanio Vittozzi. Il tempio fu decretato dalla municipalità torinese nel 1598, durante l'epidemia di peste, su petizione della confraternita dello Spirito Santo.
Interno della Basilica del Corpus Domini. Anonimo, Miracolo del Santissimo Sacramento, avvenuto nell'Illustrissima et Inclita Città di Torino il sei di giugno dell'anno 1453 attorno alle ore venti. Xilografia annessa a L'anno secolare (Collezione Simeom, C 2412). Il trittico illustra le fasi salienti dell'evento: il furto della Particola a Exilles, la caduta del mulo e l'ascensione dell'Ostia, la sua deposizione nel calice.
I due archi laterali recano in alto lo stemma della città. Riproduzione dell'Ostia miracolosa tratta da Il Miracolo di Torino illustrato in occasione del primo congresso eucaristico internazionale, Torino, Tipografia Fratelli Canonica, 1894 (Collezione Simeom, C 9200). Luigi Vacca (1853), affreschi che decorano la volta della Basilica con le diverse scene del Prodigio. Cassetta di cipresso commissionata dalla Municipalità di Torino nel 1672 per custodire i documenti del Miracolo. Il ferro da ostie con cui fu stampata la particola fu traslato a Torino da Exilles nel 1673 e nel 1684 fu donato alla Municipalità, che lo conserva attualmente nei depositi dell'Archivio Storico della Città.
Turin, 1640
Nel 1640 l'armata francese al comando del Conte di Harcourt attraversò il fiume Po espugnando la posizione strategica del Monte dei Cappuccini a Torino. Il padre cappuccino Pier Maria da Cambiano redasse una dettagliata memoria storica del Miracolo Eucaristico verificatosi durante l'assalto nemico nella chiesa conventuale di Santa Maria del Monte:
Chiesa del Monte dei Cappuccini
«Il Piemonte fu travolto da eserciti stranieri, tra cui le truppe francesi che marciarono verso Torino giungendo alle porte della città nel maggio 1640. Attraversata la riva sinistra del Po, le truppe nemiche si impadronirono del ponte nonostante l'eroica resistenza dei nostri, i quali ripiegarono verso il convento dei Cappuccini del Monte. La mattina del 12 maggio i francesi sferrarono due furiosi assalti contro le trincee e al terzo attacco costrinsero i superstiti e la popolazione civile a rifugiarsi disperati nella chiesa santuario, confidando nella sacralità dell'asilo religioso.
Gli assalitori fecero irruzione nel tempio compiendo una sanguinosa strage di uomini, donne, fanciulli e anziani inermi, trucidando persino coloro che abbracciavano con suppliche gli altari e i frati cappuccini. Nessun religioso fu ucciso, ma tutti rimasero straziati nell'animo da tanto scempio. Saziati dal sangue, i soldati saccheggiarono i beni custoditi nel convento abbandonandosi ad atti di brutale profanazione. Non paghi di ciò, un soldato francese calvinista salì sull'altare maggiore e, infranta la serratura del tabernacolo con la sciabola, allungò la mano sacrilega per afferrare la pisside con le sacrosante Particole ed esporle al pubblico scherno. Ma in quel medesimo istante si compì un prodigio sfolgorante!
Un dardo di fuoco vivissimo scaturì dal tabernacolo colpendo in pieno il petto del soldato sacrilego, bruciandogli all'istante le vesti e il viso. Il profanatore crollò a terra tra urla strazianti implorando perdono a Dio, mentre la chiesa fu invasa da una densa nube di fumo che gettò l'intera masnada in preda a un sacro terrore: il saccheggio e la profanazione cessarono all'istante».
Veroli, 1570
Nella Pasqua dell'anno 1570, nella chiesa di Sant'Erasmo a Veroli, l'Ostia consacrata per le Quarant'ore fu deposta, secondo la consuetudine liturgica del tempo, in una pisside cilindrica d'argento chiusa a chiave, posizionata all'interno di un grande calice ministeriale coperto dalla patena e avvolto da un velo serico ricamato. A quell'epoca l'ostensorio a raggiera era ancora poco diffuso nelle chiese locali.

Le confraternite cittadine si alternavano nell'ora di adorazione dinanzi al Sacramento. Mentre i confratelli della Misericordia, vestiti di sacco nero, erano prostrati in preghiera, si verificò l'evento prodigioso documentato nel solenne verbale d'inchiesta conservato nell'archivio parrocchiale. Particolarmente dettagliata è la testimonianza giurata del confratello Giacomo Meloni:
«alzando lo sguardo verso il calice, scorsi alla base della coppa una stella sfolgorantissima di luce e sopra di essa appariva il Santissimo Sacramento delle consuete dimensioni di un'Ostia sacerdotale; la stella era indissolubilmente unità all'Ostia consacrata (...). Lo stupore giunse al colmo quando attorno all'Ostia si scorsero graziosi pargoli celesti in adorazione, simili a piccoli angeli risplendenti di gloria...».
Il martedì dopo Pasqua la ricorrenza del Prodigio viene rievocata ogni anno con solenni celebrazioni presiedute dal Vescovo diocesano. Il calice, la patena e la pisside d'argento sono custoditi tra i venerandi tesori della basilica di Sant'Erasmo. Le sacre specie dell'Ostia miracolosa di Veroli furono consumate dopo circa 112 anni di perfetta conservazione. Nel 1970, in occasione del quarto centenario del Miracolo, la diocesi di Veroli-Frosinone ha celebrato il terzo Congresso Eucaristico diocesano.
Volterra, 1472
Tra le cause storiche scatenanti la disastrosa guerra dell'Allume conclusasi con il brutale sacco di Volterra nel 1472 ad opera delle milizie mercenarie guidate dal duca Federico da Montefeltro per conto di Lorenzo de' Medici, figurarono i dissidi civili e il controllo dei giacimenti minerari. Assoggettata al dominio fiorentino, la città conobbe drammatiche devastazioni e l'emigrazione forzata di molte famiglie patrizie ridotte sul lastrico.

In questo tragico contesto bellico avvenne nel 1472 l'insigne Miracolo Eucaristico di Volterra. Nell'archivio della chiesa conventuale di San Francesco si conserva la relazione scritta di fra Biagio Lisci O.F.M., testimone oculare e autorevole cronista del tempo, i cui atti trovano piena rispondenza nei registri della biblioteca municipale. Durante il saccheggio un soldato fiorentino penetrò nella Cattedrale facendo scempio degli arredi sacri; scassinò il tabernacolo e rubò la pisside contenente le Ostie consacrate.
Uscito dal tempio sulla piazza, colto da un impeto di odio cieco contro l'Eucaristia, scagliò con violenza la pisside contro le mura esterne della cattedrale. All'istante tutte le sacre Particole si sollevarono librandosi leggere a mezz'aria, come sorrette da una mano invisibile, emanando una luce sfolgorante e vivissima che illuminò la piazza. Il soldato sacrilego crollò a terra annientato dal terrore e, scoppiando in lacrime di sincero pentimento, confessò pubblicamente la propria colpa dinanzi a una moltitudine di cittadini che gridarono al prodigio raccogliendo con riverenza le sacre Ostie.
Fonte
Testo e fotografie: esposizione internazionale «I Miracoli Eucaristici nel mondo», del beato Carlo Acutis. Scheda originale su miracolieucaristici.org.